Il 4 maggio in Italia è iniziata la cosiddetta ‘fase 2’, il deconfinamento con il restart di buona parte delle attività produttive. Anche noi di bbrand, che abbiamo continuato a lavorare nei mesi centrali della pandemia adottando lo smartworking, ci poniamo qualche domanda sulla ripresa, sempre guardando con positività alle sfide che la situazione di emergenza ci ha portato.

In questo periodo abbiamo infatti avuto l’opportunità di riportare all’attenzione della nostra audience temi spesso poco considerati come il Crisis Management, abbiamo ammirato bellissimi casi di Real-time Marketing, ed abbiamo investito sulla formazione a distanza per essere sempre più preparati e fornire servizi su misura per le aziende che seguiamo ogni giorno.

Vis-à-Vis con Andrew Spannaus. Gli impatti della crisi sulle catene di valore.

Oggi vogliamo guardare al futuro e parlare degli scenari economici che si disegneranno nella ripresa a un giornalista-analista, nonché grande esperto di economia reale e geopolitica e membro dell’Associazione Stampa Estera in Italia, Andrew Spannaus, fondatore del portale Transatlantico.info

A lui chiediamo, oltre a un breve commento sulla situazione attuale, una riflessione sugli impatti della crisi sui modelli strategici delle aziende italiane con una particolare attenzione alla supply chain. Come cambierà il modo di produrre e lavorare nel nostro Paese?

La crisi del coronavirus avviene nel contesto di un ripensamento dei meccanismi della globalizzazione già in atto da qualche anno. Dal 2016 sono esplose le pressioni politiche legate all’emergere di varie forme di populismo, che trovano il loro terreno fertile nel declino della classe media, dovuto alle difficoltà della manifattura in Occidente, e all’aumento del peso della finanza di carattere speculativo.


Alla domanda sociale di più protezione da un sistema che ha promosso i bassi costi e la precarietà, oggi si aggiunge una nuova consapevolezza della vulnerabilità delle catene di valore in molti settori. La volontà di perseguire un ribilanciamento del commercio internazionale acquisirà ancora più forza: significa un’accelerazione del tentativo di decoupling tra Stati Uniti e Cina, e per un paese come l’Italia opportunità sia interne che esterne. Ci vorrà un occhio attento alla formazione di nuove barriere e anche nuovi blocchi commerciali.


Dall’altra parte, gli stati nazionali hanno già iniziato ad intervenire per sostenere settori strategici, un concetto che non potrà che essere ampliato nei prossimi anni. E per l’Italia sarà ancora più importante valorizzare la propria capacità di sfruttare le filiere corte e la propensione alla qualità. La domanda più grande è come cambierà l’Unione Europea. Al momento la politica europea dimostra tutta la sua debolezza, discutendo per mesi prima di agire, e scontando l’impossibilità di attuare una politica monetaria efficace sulle linee di quello che vediamo negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone.


A questo passo non solo si arriverà tardi ad affrontare la sfida economica, ma si pagherà per anni la risposta insufficiente in questo momento. O l’Europa cambia marcia, oppure dovranno essere i singoli stati a prendere l’iniziativa per rilanciare un’economia duramente colpita dal coronavirus ai tempi della globalizzazione.